
Numerose cave, intorno al lago di Como, hanno dato
lavoro per secoli a decine e decine di famiglie (meglio
sarebbe dire “dinastie”) di scalpellini, fino a creare da
questa realtà storica un vero e proprio mito che farebbe
degli antichi maestri lariani di quest’arte addirittura
i creatori dello stile romanico. Intorno al mondo
delle cave si sono delineate nei secoli figure professionali
precise, in grado di eseguire al meglio tutte le lavorazioni
necessarie a trasformare la roccia in materiale
da costruzione o, in alcuni casi, in elementi decorativi.
Le mansioni specifiche di cavatore, sbozzatore, quadratore,
lucidatore, ornatista o scultore sono ben individuate
e solo per aspetti marginali possono essere
ricomprese sotto la generica definizione di “scalpellino”
o “lapicida”. Questa è la ragione per cui il picapreda
(spaccapietre) della tradizione più antica non può
essere identificato con un generico lavorante delle
cave, perchè ha una professionalità specifica: quella di
trarre dalle grandi lastre di pietra di Moltrasio, che
quasi naturalmente si staccano dalla parete di roccia, i
blocchetti di forma approssimativamente parallelepipeda che si utilizzano nelle costruzioni edilizie.
Analogamente il “lapicida” propriamente detto è il
lavorante specializzato in grado di trarre da un blocco
informe di pietra un parallelepipedo perfettamente
squadrato che si può disporre in corsi regolari con l’aggiunta
di ridottissimi strati di malta. Ovviamente le botteghe
di scalpellini tendevano ad affiancare le diverse
mansioni, così da poter offrire l’intero ciclo di lavorazione
ai clienti. Nei casi migliori, le botteghe comprendevano
anche veri e propri scultori o costruttoriimprenditori
in grado di progettare o portare a compimento
interi edifici. È il caso, per esempio, della bottega
dei Rodari, a lungo impegnata nel cantiere del
Duomo di Como: oltre al lavoro per le strutture, intervenne
nella decorazione scultorea. Tutti questi lavori
hanno subito una profonda evoluzione nel corso dei
secoli, sostituendo progressivamente all’esclusivo uso
di mazze e scalpelli sistemi più moderni (quali seghe
meccaniche, esplosivi e filo elicoidale), mantenendo
però sempre un costante riferimento alla tradizione.
Ai molti “cavadini” (cognome assai diffuso nei paesi
lariani) si deve così gran parte del merito delle alte realizzazioni
dell’architettura comasca.