ARCHEOLOGIA DEL TESSILE SUL LARIO
La disponibilità d’acqua per le lavorazioni e la facilità di accesso fecero di tutti i paesi delle sponde lariane i luoghi ideali per l’insediamento di manifatture tessili. Ciò si verificò già nel Medioeveo, quando si ha documentazione di importanti “folle” per la produzione di panni a Torno, a Nesso e a Brienno. Ovviamente, di questi edifici produttivi nulla è rimasto, se non, a volte, la memoria toponomastica. Nei secoli più recenti, dopo l’introduzione della lavorazione della seta nel territorio comasco, la situazione non mutò di molto, semmai l’enorme diffusione della manifattura tessile e delle attività agricole collegate (si deve ricordare che a fine Settecento in tutto il Comasco vi erano non meno di 2 milioni di alberi di gelso) avevano ulteriormente moltiplicato le attività produttive: filande o torciture o tessiture erano, alla fine dell’Ottocento o all’inizio del Novecento, presenti quasi in ogni paese del lago. Se a Cernobbio il grandioso insediamento delle tessiture Bernasconi è quasi del tutto cancellato (a esclusione dell’edificio degli uffici e delle ville padronali) poco più oltre sulla stessa sponda, a Brienno, è ancora perfettamente riconoscibile la filanda Comitti, che tuttora si fregia di una slanciata ciminiera. Sulla sponda opposta, a Nesso, si individuano due grandi casamenti anch’essi originariamente manifatture tessili, posti su entrambi i versanti del famoso orrido. A Menaggio, a ricordo delle vecchie fabbriche tessili, in fondo al lungo lago è stato posto un monumento alla tessitrice, opera dello scultore Francesco Somaini. A Cremia, proprio in riva al lago, è il lungo edificio industriale con alta ciminiera e grandi finestrature noto, ancora oggi, con il nome di filanda. Poco distante, a Pianello, un’altra vecchia filanda ospita il Museo della Barca Lariana; ma altri edifici industriali erano posti più a monte, così come a Dongo, a Gravedona e a Domaso. Tutti questi insediamenti manifatturieri sono stati negli ultimi decenni abbandonati, non solo perché obsoleti dal punto di vista tecnico, ma anche perché rimasti fatalmente ai margini dei principali percorsi viabilistici e, quindi, dei traffici commerciali: una volta abbandonate le vie d’acqua, tutti questi edifici si sono trovati in zone scomode, per quanto incantevoli, tanto che oggi è difficile pensarli luoghi di dure fatiche.
 


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