
L’artigiano, con il suo mestiere antico, ha sempre cercato,
per sopravvivere, di adeguarsi e di perfezionare il proprio
lavoro. Le commesse, esigenti e precise, hanno imposto
alle botteghe di trovare sempre nuove soluzioni. Molti
mestieri (così come molti prodotti) non sono più d’attualità;
non sono più necessari e hanno lasciato lo spazio ad
altre lavorazioni e a differenti specializzazioni. Tuttavia, la
storia del lavoro intorno al Lario è ricca di ricordi legati ai
mestieri tradizionali, ormai perduti. A San Nazzaro Val
Cavargna era diffusa l’attività estrattiva del ferro (nella
miniera di Bubegno) e quella fusoria (nei Forni Vecchi)
oggi totalmente scomparse anche se, in Val Rezzo, si possono
vedere nel bosco di Buggiolo due montanti del maglio
del Forno di fusione cinquecentesco. A Cavargna, nel
Museo Etnografico, si trovano moderni e suggestivi allestimenti
che mostrano gli antichi mestieri locali e le tecniche
domestiche di tessitura e panificazione. Oltre al contadino
(sempre meno presente sul territorio e semmai sostituito
dall’agricoltore esperto che sa comunque utilizzare le
risorse a disposizione) erano attivi l’alpigiano (che trasferiva
e seguiva le mucche all’alpe), il boscaiolo, il carbonaio
(che produceva carbone di legna), il mugnaio (presente in
tutti i paesi e in diverse frazioni). Una interessante Valle
dei Mulini si trova a San Bartolomeo Val Cavargna, con
l’antico ponte in pietra a schiena d’asino sul torrente
Cuccio. Erano attivi molti fabbri e, forse i più famosi tra i
tanti artigiani, i magnani. La Val Cavargna era nota per
questi lavoratori. In notevole numero si trasferivano stagionalmente
in altre zone d’Italia e spesso anche all’estero.
Esercitavano la professione di riparatori e stagnatori di
padelle; caratteristico era il loro gergo, detto “rungin”, difficile
dialetto, quasi una lingua, comprensibile solo agli
appartenenti al gruppo e alle famiglie. Nel Museo di
Cavargna sono esposti gli attrezzi del magnano assieme
ad alcuni arnesi utilizzati dal fabbro. Il Museo ha ricostruito
una fucina, il desco dell’arrotino, il lavoro dello spazzacamino
e altre attività tradizionali. Non mancavano, in
diverse località del Lario, le tessitrici di canapa e di lana
(presenti anche diversi tessitori). Vi erano botteghe capaci
di fornire caldaie per fare il formaggio e le zangole per la
preparazione del burro. Un “quasi mestiere”, molto diffuso
ma illegale, era il contrabbando. Praticato sin dall’antichità
(trasporto di sale, spezie, preziosi, uomini e animali) s’è poi
confermato come una risorsa insostituibile per l’intero territorio,
almeno fino agli anni Ottanta del Novecento.